home

About Me

Portfolio

Categories

Archive

Links

Comments

Archive: October 2008

Math Oldies

046.jpg 047.jpg 048.jpg 049.jpg

Ora l'archivio è completo :D

Beth Orton - Central Reservation

045.jpg

Ci sono fiori rari nel giardino di Calliope, la cui bellezza resta spesso nascosta perché soffocata da piante più grandi e conosciute.

Beth Orton è una di esse, ed il suo Central Reservation è davvero una gemma. Una voce ora dolce, ora più decisa cui fa eco una chitarra folk sempre delicata e tessitrice di trame semplici elievi.

A brani prettamente acustici si alternano temi arrangiati in maniera più ricca, tra i quali spiccano quelli curati da Ben Watt degli Everything but the Girl; il produttore inglese regala alla splendida voce di Beth una cornice trip-hop, donando al disco una dimensione lievemente onirica.

Si parte con Stolen Car, brano la cui energia inganna riguardo la vera natura dell'album, assolutamente intima: arriva infatti Sweetest Decline, un idillio dolcissimo, un quadretto di cui essere gelosi prima di poter ascoltare Couln't cause me harm, altro tema sostenuto caratterizzato da piacevoli incisi di Rhodes.

Dopo le ballate So much more e Pass in time arriva la title-track, primo brano quasi interamente acustico, i cui interventi non vocali o di chitarra si limitano a poche note di piano e ad un caldo tappeto d'archi.
Stars all seem to sweep ha invece tutto il gusto di Temperamental degli EbtG, pur essendo la voce di Beth Orton così diversa da quella di Tracey Thorn.

Dopo altri brani acustici [Blood Red River, Devil song, spicca la solare Feel to believe: Beth è davvero a nudo - lei, a sua chitarra, e per chi sarà fortunato, il proprio cuore.
Chiude il disco una versione differente di Central Reservation, in chiave uptempo ed assai gradevole

Un'opera semplice. Semplice preso con accezione esageratamente positiva; un Mondrian, poche righe e ancor meno colori, ma ognuno al proprio posto senza esagerazioni barocche, e senza diventare assolutamente spogli o minimali.

Tracklist

   1. Stolen Car – 5:25
   2. Sweetest Decline – 5:39
   3. Couldn't Cause Me Harm – 4:48
   4. So Much More – 5:41
   5. Pass in Time – 7:17
   6. Central Reservation (Original version) – 4:50
   7. Stars All Seem to Weep – 4:39
   8. Love Like Laughter – 3:07
   9. Blood Red River – 4:15
  10. Devil Song – 5:04
  11. Feel To Believe – 4:04
  12. Central Reservation (The Then Again version) – 4:01

Porcupine Tree - Trains

Senza parole.

The Cure - Disintegration

044.jpg

La musica è un'arte in grado di regalare gioie sia grandi che piccole - nell'accezione di graziose, lievi. Quella di ieri è stata proprio una piacevole sorpresa; contro ogni aspettativa, i Cure regalano oltre un'ora di ottima performance in un evento gratuito: presentano il nuovo album, ed attingono al loro repertorio classico, strizzando fortemente l'occhio al disco di cui sto per parlare, uno dei miei album preferiti di sempre.

Questi è Disintegration, disco scritto e pubblicato nel 1989 che chiude la trilogia gotica del gruppo [iniziata con Faith e proseguita con Pornography].
L'album è pervaso da una forte vena malinconica, da tinte eteree e delicate, quasi venisse visto dall'esterno di una finestra appannata.

L'opera si apre con Plainsong, tema quasi solenne sostenuto da corposi tappeti e che prevede un'incursione vocale solo alla fine. Segue un classico, Pictures of you, che esprime tutto il rimpianto per un passato l'impossibilità del cui ritorno è certa.
Delle stesse sonorità è Closedown, cui segue una delle gemme del disco: Lovesong è una delle canzoni d'amore più dirette e sincere di cui si abbia memoria; ritmo sostenuto, voce che si adagia leggera su un tappeto di tastiere e cui fanno eco i curati incisi di chitarra, dopo un intenso bridge.

E' poi il momento di Last Dance, brano dalle velleità quasi psichedeliche, ipnotico nella stesura e nelle timbriche; giunge poi quello che è il tema più celebre del disco, Lullaby: Smith e compagni indovinano perfettamente ritmo e sonorità, e realizzano una delle loro canzoni maggiormente apprezzate.

Altro singolo di successo è Fascination Street: ancora reminescenze e distorsioni darkwave al cospetto di incisi di tastiere cristallini e brillanti; poi le monumentali Prayers for rain e The same deep water as you, veri capolavori d'atmosfera in cui liriche malinconiche si sposano perfettamente con tappeti corposi ma mai soffocanti.

E' poi il turno della title-track Disintegration, brano più incisivo e deciso rispetto a quelli che lo precedono, che vede nella voce di Smith il segreto per mantenersi vario e gradevole per tutti gli otto minuti abbondanti della sua durata.

Tempo di addii, tempo di Homesick, vera summa delle sonorità di inizio anni novanta del gruppo britannico: archi che non accennano a un sorriso, echi di pianoforte, liriche intense, ben aiutate da riff di chitarra pieni di nostalgia.

Un barlume di speranza affiora nella traccia di chiusura, Untitled: sebbene il testo sia ancora un portrait nostalgico, il tema è più sostenuto e si chiude con un inciso ipnotico ma più solare rispetto al resto del disco.

Assolutamente un'opera dall'elevato valore oggettivo e dall'immensa valutazione personale - un capolavoro di sonorità ed atmosfere come pochi altri sono stati in grado di creare all'interno di un solo disco.

Tracklist

  1. Plainsong (5:12)
  2. Pictures of you (7:24)
  3. Closedown (4:16)
  4. Love song (3:28)
  5. Last dance (4:42)
  6. Lullaby (4:08)
  7. Fascination Street (5:16)
  8. Prayers for rain (6:04)
  9. The same deep water as you (9:18)
  10. Disintegration (8:18)
  11. Homesick (7:06)
  12. Untitled (6:30)

Is this trip really necessary? - Day #2

Il mio secondo giorno di permanenza madrilena inizia con un vago deja-vu: medesima ora di risveglio, medesima colazione, stessa destinazione; stavolta però evito la lunga camminata per risparmiare energia in vista della serata.

Mi dirigo presso la Fundacio' La Caixa, palazzo di esposizioni ubicato lungo il Paseo del Prado sponsorizzato dall'omonimo ente bancario catalano - dopo un primo piano dedicato a reperti Etruschi, il mio interesse per i quali è ampiamente superato da quello per le parigine della ragazza che mi precede, mi dirigo al piano superiore, ove ha luogo una bella mostra fotografica avente per soggetto Charlie Chaplin; dopo un'ora in compagnia di Charlot, mi incammino baldanzoso verso l'Fnac di Callao [passando ancora per Prado, Banco de Espana, Gran Via] alla ricerca di qualche disco o libro a prezzo interessante.
La missione si rivela però infruttuosa, al che penso di fare un salutino da fuori al Bernabeu, evitando di rientrare per l'ennesima volta.

Torno a casa, mi cambio e valuto quale sia l'itinerario migliore per raggiungere la sala Riviera. Scelgo metro - linea 2 da Quevedo a Opera, poi linea R per Principe Pio.
Una volta fuori, mi rendo conto di non saper minimamente come raggiungere il luogo del concerto, avendo dato solo uno sguardo approssimativo alla mappa del locale.
Mi ricordo che avrei dovuto costeggiare un parco; peccato mi trovi proprio al vertice di esso, e non so quale delle due direzioni scegliere.
Intuito mi suggerisce di seguire una coppia di ragazzi con indosso una maglietta dei Tool: quando il pensiero che i piccioncini stessero andando nella direzione opposta alla ricerca di intimità mi era ormai sopraggiunto, vedo una massa indefinita di capelloni a confermare la bontà della mia scelta.
Entro nella sala, e riesco a prendere un posto decente - quinta fila lievemente decentrato a sinistra - non prima di aver preso una chiara media. La barista, per inciso, era una fottuta dea.

Aprono il concerto i nonsocchi, gruppo spalla assolutamente non malvagio, con una bassista/tastierista il cui carisma supplisce eccellentemente alla bellezza non statuaria.
Scambio due parole con dei ragazzi dietro di me, i quali fantasticano su una playlist totalmente psichedelica. Mi prendo l'ingrato compito di avvisarli che purtroppo Wilson e amici suoneranno quasi per intero Fear of a Blank Planet, come avevano già fatto in occasione della tappa romana del loro tour.

Le mie previsioni si rivelano lievemente errate: non suonano quasi per intero il loro ultimo album, bensì lo eseguono *integralmente*.
I cinque salgono sul palco ed è delirio: li vedo tutti, Wilson, Barbieri, Harrison, Edwin, Wesley, pronti e carichi subito con la title track. Sullo sfondo proiettati i video relativi ad ogni brano, come avevano già fatto al Tendastrisce.
Se in tale circostanza però avevo avuto modo di lamentarmi dell'acustica, qui devo dire che le cose vanno in maniera assai peggiore: voce poco nitida, timbriche per nulla cristalline.
Addirittura la seconda strofa è priva di Wesley per problemi tecnichi, prontamente risolti.

Poco male, la parte centrale e la ripresa di FoaBP sono talmente robuste che non ci faccio più caso. Wilson posa la chitarra per accompagnare l'intro di My Ashes alla tastiera.
Presto è il momento della sontuosa suite "Anestaethize", un quarto d'ora abbondante di maestria, di "Sentimental" e di "Way out of here".
Con tutta sincerità si potrebbero risparmiare "Sleep together", ma non badano a spese.

Dallo stringato resoconto di questo inizio si nota che il disco non sia di mio eccessivo gradimento - così è, ma del resto mi viene in mente la brillante riflessione per la quale, se dicessi ad una ragazza appena uscita dal parrucchiere che stava meglio prima, essa si cruccerebbe - come pretendere quindi che un artista rinunci all'esecuzione della sua più recente creazione?

I PT vanno per qualche minuto dietro le quinte, la gente inizia ad inveire neanche ci fosse Richard Benson sul palco. Potersi gustare gli improperi in lingua madre è un lusso per pochi.

Torna Wilson. Quello degli anni novanta.
-Do you speak english?
-Yeah!
-How far can we go? Do you know a record called..Stupid Dream?
-Yeah!
-...and do you know one called..Signify?
-YEAH!
-We're gonna play a song from that album..this is called..
[Ti prego, suona Signify stessa.]
-..Dark Matter.

Palo, la mia seconda preferita. Estasi sonora. I am, I know.

Poi una vera gemma, inaspettata. Da The Sky Moves Sideways. Le stelle muoiono. Wilson alterna la chitarra ad ogni brano, passando da elettrica ad acustica.

E' il turno dell'opinabile "Open Car". Non puoi suonarmela tra i mostri sacri, ma apprezzo comunque. Da Wilson mi aspetterei sempre concerti ipertecnici ed iperpsichedelici, sperando attinga dal suo periodo più progressive. Ovviamente così non può essere ora, e Wilson sceglie di stupirmi, prendendomi dritto al cuore con In Absentia: prima una potente "Wedding Nails", poi una maggiore componente melodica in "Blackest Eyes". Saluti.

-Where are gonna play one last song. This is called Trains.

Fottuto Wilson, la sua ballata più struggente. La simbiosi sonora è totale.

-When I hear the engine pass, I'm kissing you wide..
[vi adoro]
-The hissing subsides, I'm in luck..
[è vero, lo sono]

-When the evening reaches here..
[cazzo continua]
-..you're tying me up..
[non fermarti]
-..I'm dying of love..
[I'm dying too]
-...
[say it goddamn]
-..it's ok..

Will love you forever, Wilson.

<< Previous Entries